
Nome: Sebastiano Gulisano
Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma.
Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile
(ma questa non è una testata giornalistica - e si vede).
Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno.
Sognatore: cioè fesso.


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Se non avessi scritto il post precedente, probabilmente le considerazioni che seguono sarebbero rimaste chiuse nella mia testa, come tante idee di post mai venute alla luce in questi lunghi mesi di silenzio. Ma di fronte al linciaggio di Marco Travaglio e alle “lezioni di giornalismo” che, ieri e oggi, gli ha impartito Giuseppe D’Avanzo, dalle pagine di Repubblica, qualcosa devo pur dirla. Non che pensi che a qualcuno gliene possa fregare di ciò che penso, no. Però siccome chiunque, attraverso un motore di ricerca può arrivare qui, mi dispiacerebbe che trovasse solo il precedente e non pure questo post. Lo devo a me. E lo devo a Marco. Consapevole che il mio pensiero non sposterà di una virgola il peso della vergognosa campagna che gli si è abbattuta addosso.
Dunque: Fabio “Cuor di Leone” Fazio invita Travaglio a Che tempo che fa (Mala tempora currunt) per parlare dell’ultimo libro che Travaglio ha scritto con Peter Gomez, Se li conosci li eviti. Non so se qualcuno abbia spiegato a Cuor di Leone chi sia Marco Travaglio e non so se il libro lo abbia letto o lo abbia preso solo per farselo firmare e poi mostrare l’autografo agli amici. Ignoro tutto ciò. Ed è anche irrilevante.
So che Travaglio va lì e parla del contenuto del suo libro, come aveva fatto sette anni fa nel programma di Luttazzi (in quel caso si trattava di L’odore dei soldi). Insomma non si limita a mostrare la copertina e a firmare la copia di Mister Sorriso. E siccome è stato appena eletto il nuovo presidente del Senato e nel suo libro si parla pure di lui, Travaglio racconta ciò che c’è scritto. Niente di nuovo. Le stesse cose, più o meno, le avevano già scritte Franco Giustolisi e Marco Lillo sull’Espresso, sei anni fa; Lirio Abbate e Peter Gomez nei Complici, due anni fa; e, appunto, lo stesso Gomez e Travaglio nel loro recente libro.
Seguì silenzio generale. Schifanì fu interrogato dai pm di Palermo e offrì la sua versione dei fatti; querelò Giustolisi e Lillo, ma la denuncia fu archiviata. Poi vai a dire le stesse cose in televisione e… apriti cielo! (Che tempo che fa? Mala tempora currunt.)
Potenza della televisione.
(Se non glien’è fregato niente a nessuno dei libri, figurarsi a chi può fregargliene di questo post.)
Dopo il coro bipartisan ai danni di Travaglio – che molti vorrebbero col bavaglio – e la repentina dissociazione di Sorriso Cuor di Leone, ecco una delle più autorevoli firme del giornalismo italiano decidere di scendere in campo per insegnare all’untore come si esercita il mestiere (La lezione del caso Schifani). Ché del mestiere lui è professore e su un forse è capace di scrivere due pagine di giornale. Travaglio, com’era ampiamente prevedibile, replica (Su Schifani racconto solo fatti) e il prof, che si era conservato una prelibatezza per l’occasione, lo bacchetta spiegandogli che Non sempre i fatti sono la verità. (Ohibò!) E, in un sommarietto, chiarisce che «discutiamo di un metodo, di una pratica giornalistica che può manipolare il lettore». (Ri-Ohibò!)
Chi non li ha ancora letti, qualora gli interessassero può ciccare sui titoli. Qui mi limito ad alcune considerazioni.
1) Travaglio va da Fazio e dice che in passato, prima di essere eletto in Parlamento, Schifani ha avuto rapporti con Nino Mandalà e Benny D’Agostino, due signori poi condannati per mafia.
2) D’Avanzo traduce che secondo Travaglio «anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso» e gli ricorda che le condanne sono successive – e di molti anni – rispetto alle frequentazioni.
3) Travaglio ribadisce ciò che ha detto.
4) D’Avanzo sfodera la perla che si era tenuto da canto, con un esempio di altissimo giornalismo, raggiungendo vette che l’Everest al confronto è una collinetta.
«8 agosto 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di avere saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
«Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per avere favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
«Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?»
Domande retoriche, ovvio.
Però. C’è un però. A differenza di Ciuro, cioè di un investigatore in servizio presso la procura di Palermo, e, dunque, insospettabile, un capomafia (Mandalà) trae il suo prestigio dal fatto che, sul territorio, tutti sanno chi sia. Altrimenti non potrebbe esercitare il proprio potere su persone che tale potere non gli riconoscono. Questo D’Avanzo lo sa. Un capomafia non diventa tale quando viene arrestato. Anzi: in molti casi, quello è il momento in cui smette di comandare.
Ho appena riposto la cornetta del telefono, dopo tre quarti d’ora di discussione con un’amica e collega olandese che mi chiedeva – allarmata – di come faremo con Alfano ministro della Giustizia. Le ho risposto che mi sembra un falso problema, ché se il ministro fosse stato Pera o Castelli non sarebbe stato tanto diverso per il Paese, per la Giustizia. Il punto (il problema), a mio modo di vedere, sta nella concezione della giustizia che ha questa maggioranza. Penso che un’efficacissima sintesi del risultato elettorale italiano sia racchiuso nel titolo dell’articolo che L’Economist ha dedicato al fatto: Mamma mia.
Il punto (il problema), secondo me, sta nella cultura (?) berlusconiana della giustizia. Cultura che non è solo patrimonio del centrodestra. Purtroppo. Ché l’allergia alla giustizia, l’allergia ai controlli di legalità riguarda anche pezzi consistenti di centrosinistra.
La mia amica è rimasta un po’ spiazzata e ha continuato a martellarmi con domande sulla situazione italiana, specie su persone/personaggi italiane/i, alla luce di ciò che in passato hanno scritto Marco Travaglio ovunque (a proposito di Francesco Forgione, presidente rifondarolo uscente dell’Antimafia) e Riccardo Bocca sull’Espresso (a proposito di Tano Grasso, storico leader delle associazioni antiracket italiane). Ma anche su Claudio Fava, neo-coordinatore nazionale della Sinistra democratica. Ancora una volta l’ho spiazzata, dicendole che sono stanco del “metodo Travaglio” applicato alla politica e che, nel “caso Forgione”, poi, mi pare in palese contrasto con il metodo stesso.
Forgione, sulla spinta di alcuni catanesi, viene additato al pubblico ludibrio perché ha osato non nominare consulente della commissione l’avvocato Ugo Colonna, accettandone altri dal pedigree poco cristallino; Grasso, invece, viene messo alla berlina per i suoi rapporti – veri o presunti – col pm messinese Giuseppe Gambino, con l’ispettore di polizia Ceraolo e con l’imprenditore Luciano Milio.
Capiamoci. Penso che di giornalisti come Marco Travaglio in Italia ce ne vorrebbero molti di più; penso che, per certi versi, in questi anni Marco abbia avuto la capacità di storicizzare la cronaca. Penso che il contenuto dei suoi libri dovrebbe essere noto a tutti. Ché i suoi libri sono incentrati, per lo più, su fatti non su ciance.
Anni fa, prima che Travaglio (insieme a Elio Veltri) scrivesse L’odore dei soldi, cioè quando era uno dei tanti bravi giornalisti noto a un numero limitato di lettori, parlando con un amico-collega che, come lui, scriveva assiduamente su MicroMega, gli dissi: «Che bravo quel Travaglio». La sua risposta mi lasciò basito: «Ma che dici?! Tu sei più bravo, lui è di destra». Ero confuso e non seppi dire alcunché. La stima che avevo (ho) per quell’amico-collega forse mi provocò qualche fremito di autocompiacimento, ma complessivamente mi disorientò. Sono più bravo perché Travaglio è di destra? Sono più bravo perché sono di sinistra? Questo assioma non mi ha mai convinto. Anzi: non lo condivido proprio. Non so se all’epoca fossi più o meno bravo di Marco, forse ero più noto di lui negli ambienti dell’antimafia militante, delle battaglie per la legalità; notorietà che mi veniva da giornali come I Siciliani e Avvenimenti. Notorietà e bravura, però, non sono sinonimi. Oggi, invece, il problema proprio non si pone: lui scrive ovunque, sforna un libro a settimana e ha uno spazio fisso da Santoro, io non scrivo nemmeno in questo blog; lui fa il giornalista, io no (sono disoccupato).
Torniamo al merito. Ho un buon rapporto sia con Francesco Forgione sia con Tano Grasso. Dire che siamo amici forse è troppo, ma quando ci incontriamo ci abbracciamo. Ciò non vuol dire condividere automaticamente tutto ciò che fanno (politicamente parlando), né condividerne le amicizie. Con Travaglio ci siamo incontrati un paio di volte a dei convegni, dalla stessa parte del tavolo, e ci siamo sentiti tantissime volte, durante la seconda stagione di Avvenimenti, ché lo chiamavo spesso per chiedergli degli articoli. L’ultima volta ci siamo incontrati alla stazione Termini, l’ho salutato, ma ho avuto l’impressione che non mi abbia riconosciuto. Poco importa.
Dicevo che sparare su Forgione perché non ha nominato l’avvocato Colonna consulente dell’Antimafia mi pare in contraddizione col “metodo Travaglio”, cioè quello delle inchieste giudiziarie come spartiacque fra “i buoni” e i “cattivi”. L’avvocato Colonna, messinese, legale di un nugolo di collaboratori giustizia, è stato arrestato qualche anno fa per presunti rapporti con la ’ndrangheta e perché, insieme ad altri personaggi calabresi, avrebbe montato una sorta di complotto ai danni di alcuni magistrati reggini. Non sono convinto della bontà delle accuse a carico di Colonna, però il procedimento penale che lo riguarda è ancora aperto e, dunque, non capisco perché altri vengano messi alla gogna per inchieste analoghe mentre Colonna dovremmo premiarlo. Non solo. Penso che il ruolo di consulente dell’Antimafia sia incompatibile – conflitto d’interesse – con quello di legale dei pentiti, ché lavorando in commissione vieni a conoscenza di fatti che possono riguardare (nel bene e nel male) qualcuno dei tuoi assistiti. Però, siccome Colonna è un eroe agli occhi delle fonti di Travaglio, dovremmo fidarci a occhi chiusi di questo bravo e coraggioso penalista e non applicare a lui le regole che ci siamo dati. Io, poi, in astratto, avrei dei buoni motivi per essere d’accordo con quella nomina: Colonna era il difensore di Maurizio Avola, il pentito della mafia catanese che ha permesso di fare un briciolo di luce (sotto l’aspetto giudiziario) sugli assassini di Giuseppe Fava, fondatore e direttore dei Siciliani, il giornale in cui sono cresciuto. Nel processo agli assassini di Fava, con Colonna stavamo “dalla stessa parte”, essendo io parte civile contro killer e mandanti, in quel processo (ormai concluso con la condanna di Nitto Santapaola, di Aldo Ercolano e dello stesso Avola).
Per quanto sbigottita, mi pare che la mia amica olandese abbia capito.
L’attacco a Tano Grasso. Sul web ho trovato delle “Osservazioni” redatte dallo stesso Tano, su quell’articolo. Devo dire che non ne avevo bisogno, ché oltre a conoscere Tano, ho presente i personaggi in questione. Sulla costruzione dell’articolo, rinvio alle suddette osservazioni; sui personaggi e sui rapporti (veri o presunti) qualcosa da dire invece ce l’ho. Sono gli stessi argomenti che ho usato con la mia amica (non avevo ancora letto la replica di Tano Grasso).
Quattordici anni fa, durante l’ultima stagione dei Siciliani, decidemmo di fare un’inchiesta sull’antiracket, quattro anni dopo Libero Grassi, quattro anni dopo l’Acio di Capo d’Orlando. Ce ne occupammo l’allora giovane Vincenzo Adornetto (oggi inviato de La7) ed io. Tappa obbligatoria del nostro viaggio fu Capo d’Orlando, dove quattro anni prima, per la prima volta nella storia, i commercianti estorti si erano riuniti in associazione e avevano denunciato gli estortori. Nella cittadina tirrenica constatammo che una stagione si era conclusa: rivalità, invidie, divisioni; ma anche scontri durissimi. Avevano appena arrestato (e scarcerato) l’imprenditore agricolo Enzo Sindoni, sindaco del paese ed ex socio dell’Acio. Una storia torbida che, nella sostanza, contrapponeva Sindoni e l’assocazione di produttori agricoli di cui era presidente a Luciano Milio, presidente di un’associazione di agrumicoltori concorrente. Presenze inquietanti, di matrice piduista, aleggiavano su quello scontro. Se avessi ragionato da “giornalista di sinistra” probabilmente non sarei andato a parlare con Sindoni, ché aveva simpatie destrorse. Ma ero un giornalista e volevo capirci di più, quindi andai. Andammo. L’impressione che ebbi (anche sulla base di documenti che Sindoni mi fornì), era che il sindaco fosse vittima di un complotto. Se la memoria non mi inganna, Ceravolo era uno degli invistigatori dell’inchiesta a carico di Sindoni e Gambino il pm.
Andai a parlare anche con Tano, che mi parlò della vicenda come uno «scontro di potere fra due piccoli Berlusconi», senza entrare nel merito giudiziario: «Mi fido della magistratura», disse. E, al di là delle enunciazioni di principio, tale fiducia era legata anche al fatto che Gambino era stato il pm dell’indagine scaturita dalle denunce dei commercianti dell’Acio, il pm del processo ai mafiosi estortori. Argomento non da poco. ché come fai a non fidarti dell’uomo nelle cui mani, anni prima, hai riposto la tua stessa vita e sei stato ricambiato vendendo condannare i boss?
La nostra inchiesta (siciliana, non solo su Capo d’Orlando) e lo spazio che avevamo a disposizione non ci consentivano di raccontare per bene quella vicenda, ma mi restò la sensazione che la fiducia di Tano fosse eccessiva e che, per quanto quello fra Milio e Sindoni potesse essere uno scontro di potere, quest’ultimo fosse vittima di un complotto ben orchestrato.
Un paio d’anni dopo, prima che la vicenda approdasse in tv e sui giornali nazionali, raccontai su Avvenimenti l’agghiacciante storia di Graziella Campagna. E mi imbattei di nuovo nel nome del pm Gambino, il primo archiviatore. Cominciai a formarmi l’idea che il dottor Gambino con il processo di Capo d’Orlando si fosse costruito una fama e una credibilità che non meritava.
A quindici anni di distanza, quell’amicizia – ché di questo si tratta: amicizia – fra Tano e Gambino diventa argomento per mettere in discussione il suo lavoro precedente di Commissario Antiracket al tempo del primo governo Prodi nonché il lavoro e la credibilità della Federazione delle associazioni antiracket di cui è stato presidente onorario. Ora, fermo restando che Tano dovrebbe stare un po’ più attento alle amicizie, mettere in discussione in suo impegno al fianco delle vittime del racket senza un solo argomento concreto è meno che pessimo giornalismo.
Dicevo alla mia amica che ne ho le tasche piene di certo giustizialismo che trasforma qualsiasi atto giudiziario (anche un atto giudiziario può essere spazzatura) in verità assoluta e della questione morale ridotta a questione giudiziaria.
Qualche anno fa, su un blog che frequentavo, trovai un elenco di personaggi politici più o meno amici dei mafiosi. Lasciai un commento abbastanza lapidario, una cosa tipo “così fai danni”, che fece incazzare la titolare del blog. Commento sbagliato, così com’era sbagliato pubblicare quell’elenco senza alcun approfondimento individuale, fermandosi ai nomi, senza distinguere e motivare, senza raccontare. Mi rispose, incazzata, che la lista era presa da Antimafia 2000 e che, comunque, anche I Siciliani faceva così. Non replicai. Né dissi che, ai Siciliani, ero io quello che «faceva così». Mi sembrava tempo perso. Sbagliavo, ché quella blogger era sensibile e intelligente e, probabilmente, non sarebbe rimasta indifferente a una buona argomentazione. Ero incazzato per l’approccio superficiale di quel post e mi comportai in maniera altrettanto superficiale.
E poi, mica è vero che ai Siciliani «facevo così». Quegli elenchi, in genere, le facevamo in prossimità delle elezioni, analizzando le liste, indicando «i candidati da non votare» e – la differenza sta proprio qui – indicando i motivi, documentandoli. E per quanto potessimo sembrare (o essere) giustizialisti, non abbiamo mai ridotto la questione morale a questione giudiziaria, ché avevamo e offrivamo anche un approccio sociale e una visione d’insieme che da qualche anno in qua fatico a vedere. E quando vedo le campagne integraliste di Grillo mi vengono i brividi. Mettere sullo stesso piano, ad esempio, le condanne di Cesare Previti e di Sergio D’Elia è fuori dal mondo e fuori dalle regole democratiche, perché, a differenza di Previti, D’Elia (i cui reati risalgono alla notte dei tempi) ha scontato la sua pena, è stato riabilitato, è tornato a godere dell’elettorato attivo e passivo e, negli ultimi vent’anni, piaccia o no, ha operato in campi in cui tutti siamo bravi a parlare mentre lui si è dimostrato bravo a fare. Dovremmo ringraziarlo. Non conosco D’Elia e non l’ho mai incontrato nemmeno da giornalista. Però mi mette paura il fatto che condanne diverse (e in tempi molto diversi) siano trattate con la stessa valenza “politica”. E come la mettiamo coi pacifisti che nei primi anni Ottanta venivano condannati per direttissima per avere impedito, con blocchi stradali, la circolazione dei tir che trasportavano i missili Cruise a Comiso? Quelle condanne sono equiparabili a quelle dei tangentisti? E con quei sindacalisti condannati per gli “scioperi al contrario” degli anni Cinquanta e Sessanta? Danilo Dolci, se fosse vivo, potrebbe essere eletto senza dovere sottostare agli strali di Grillo, Travaglio e dei loro acritici seguaci?
La mia impressione – ormai vado dicendolo da qualche anno – è che gli anni di Tangentopoli abbiano fatto male al giornalismo d’inchiesta italiano. Da quegli anni in poi, “inchiesta” è diventato pubblicare paginate di atti che escono dalle procure, dalle caserme, dalle questure, dagli studi legali. A scanso d’equivoci: sono convinto che la quasi totalità delle accuse abbattutesi su politici, imprenditori, amministratori, burocrati e compagnia mazzettista fosse vera. Anche se poi hanno trovato svariati modi per aggiustare tantissimi processi (dalle leggi modificate alle prescrizioni, da giudici compiacenti a pm incapaci, da magistrati e investigatori corrotti a tanto altro ancora) per potere poi gridare al complotto o, più modestamente, all’errore giudiziario e tornare in pista più forti di prima.
Da Tangentopoli in poi, buona parte dei giornalisti di giudiziaria si è trasformata in un piccolo esercito di passacarte. Anzi, prendicarte. E i cronisti politici in megafoni di questa o di quella parte politica, di questo o di quell’uomo politico. Abbiamo smesso di indagare, di mettere in relazione fatti apparentemente slegati fra loro. Abbiamo smesso di raccontare la realtà. Non che gli atti giudiziari non siano realtà, ma il Paese è anche altro. Penso che dobbiamo essere grati ai Caselli, ai Colombo, ai Borrelli e a tanti altri per il lavoro che hanno continuato a fare per anni, malgrado il continuo e incessante linciaggio messo in atto ai loro danni. Li considero eroi. Alla stessa stregua dei partigiani e dei morti di mafia. Per fortuna loro e di noi tutti sono eroi vivi. La democrazia e la Repubblica dovrebbero dirgli grazie. Però non si può delegare a loro – e alla magistratura in genere – questioni fondamentali che il parlamento e i partiti non intendono affrontare e poi dileggiarli perché esercitano quella delega.
Ora, fermo restando che chi è indagato, chi è stato rinviato a giudizio e chi è stato condannato (per determinati reati) non dovrebbe essere candidato, l’approccio integralista comincia a mettermi paura, perché ha fornito l’alibi al centrosinistra per ridurre la questione morale a questione giudiziaria, per delegare ai tribunali il giudizio politico. Così, uno che è stato beccato da una telecamera dei carabinieri mentre discuteva allegramente di appalti con un boss mafioso, nella saletta riservata di un albergo, può essere nominato deputato (con l’attuale sistema elettorale, i parlamentari non li eleggono i cittadini, li nominano le segreterie dei partiti) perché la sua posizione è stata archiviata, cioè perché i pm non avevano abbastanza elementi per chiedere un rinvio a giudizio. E i comportamenti? I comportamenti hanno valore o no? Per il gruppo dirigente del Pd, no. Tanto i voti non puzzano. E, dunque, Vladimiro Crisafulli può andare alla Camera.
I voti non puzzano per nessuno. Nemmeno per il principale esponente delle liste pulite, l’uomo che più di ogni altro ha beneficiato delle campagne di Grillo e di Travaglio, cioè Antonio Di Pietro.
Due anni fa, quando è diventato ministro delle Infrastrutture, Di Pietro si è dimesso dal Parlamento europeo per potere meglio rappresentare gli interessi forti delle grandi imprese edili italiane senza distrazioni continentali. Per la successione si scatenò una battaglia a colpi di carta bollata fra Achille Occhetto (primo dei non eletti) e Beniamino Donnici (secondo). La spuntò, legittimamente, Occhetto. Di Pietro, benché lo avesse espulso dall’Italia dei Valori, si schierò senza indugio con Donnici, ex leader calabrese dei dipietristi, già responsabile nazionale Enti locali del partito.
Se Occhetto non ha bisogno di presentazioni, un minimo di biografia di Donnici è dovuta. Colonnello medico dell’esercito in congedo, 55 anni, è stato consigliere regionale calabrese dell’Msi, partito che lascia nell’estate del 1991 per fondare il movimento Calabria libera, che, nel ’93, unendosi a Puglia libera e a Sicilia libera, diventa Lega dei Meridionali; Donnici viene nominato coordinatore nazionale del neonato movimento che «non ha nulla contro il nord ed i Settentrionali, ma mira a liberare il meridione dal colonialismo politico ed economico imposto dallo stato centralista» (dichiarazione ripresa testualmente dall’Ansa).
Fin qui niente di male, visto che ormai le differenze fra destra e sinistra vengono demandate ai grafici incaricati di disegnare i simboli dei partiti. Il punto è che tutti quei movimenti, quelle leghe, secondo gli investigatori della Dia e le dichiarazioni di svariati collaboratori di giustizia, erano emanazione più o meno diretta delle varie mafie meridionali ed erano riconducibili anche a Licio Gelli; dovevano essere gli strumenti dei boss per fare fronte al crollo dei propri referenti della cosiddetta Prima Repubblica, da rimpiazzare con uomini di fiducia non sputtanati. Poi è nata Forza Italia e il progetto è stato accantonato. Dove sono stati aperti (in Sicilia, ad esempio), i procedimenti penali sono stati archiviati per carenza di elementi e alcuni dei protagonisti di quella stagione hanno potuto continuare indisturbati la propria carriera politica. Chi nel centrodestra, chi nel centrosinistra. Donnici, pur essendo il leader di quel movimento, non ha avuto procedimenti a carico e, dunque, poteva benissimo aspirare a una poltrona di europarlamentare nel partito che ha portato al Senato De Gregorio, un altro che se lo conosci lo eviti. Ma i comportamenti non contano, i voti non puzzano e Travaglio non se n’è accorto… (scusa Marco, ma ’sto sassolino era un pezzo che volevo togliermelo dalla scarpa).
Penso che un Paese che trasforma in guru un ottimo giornalista come Travaglio stia decisamente male. Penso che una classe politica che spara su Travaglio ogni volta che dice una qualsiasi ovvietà (vedi polemica sul neo presidente del Senato) sia penosa. Penso che se Travaglio non esistesse ne inventerebbero uno, ché gli integralisti hanno bisogno di guru e l’attuale classe politica di capri espiatori verso i quali scagliare i propri fulmini per distogliere l’attenzione dai reali problemi del Paese che non sanno o non vogliono affrontare e risolvere, standosene abbarbicati a poltrone che si sono autoassegnati. E fra i problemi del Paese ci sta la questione morale – ormai un cancro –, cioè la questione del rapporto col potere. Penso che Enrico Berlinguer, se fosse vivo, non essendo uno che sputa in faccia (cosa che meriterebbero), morirebbe di crepacuore vedendo cotanti “eredi”.
Ho detto ’ste cose, alla mia amica. Allora lei m’ha detto: «Però sarai contento che Claudio Fava è stato nominato coordinatore nazionale della Sinistra democratica».
Informata, la mia amica olandese. L’ho conosciuta 11 anni fa e, da allora, non ha mai smesso di occuparsi dei “fatti nostri”. Peccato che ci siamo parlati al telefono, stando a migliaia di chilometri di distanza, ché avrei voluto vedere la sua faccia mentre le rispondevo che non avevo motivo di essere contento. A Claudio mi legano un pezzo di vita e tanto affetto, ma non penso che l’avere preso il posto di Mussi sposti qualcosa. Claudio è sicuramente più popolare del suo predecessore, per molti è un simbolo, è pure telegenico, che non guasta nell’era in cui la politica si fa in tv e non in strada. Claudio potrei anche votarlo. Ma siamo sicuri che i problemi della sinistra, in Italia, li risolviamo sostituendo Giordano con Ferrero, Mussi con Fava, Diliberto con nonsochì (ammesso che lo sostituiscano) e Pecoraio Scanio con nonsochì2 (idem)? Penso di no. Penso che i partiti che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno debbano autosciogliersi per avviare un processo costituente che, in qualche modo, somigli ai Cantieri per il programma di Rita Borsellino prima delle elezioni siciliane di due anni fa, per approdare alla costituzione di un nuovo soggetto collettivo della sinistra italiana, con un forte radicamento sociale e con un nuovo gruppo dirigente che sia espressione di tale percorso politico. In tal caso, potrebbe starmi bene un segretario come Claudio Fava. Ma se ciascuno continua a coltivare il proprio orticello, risolvendo tutto con contese più o meno democratiche interne che sanno tanto di resa dei conti, penso che nessun italiano ne trarrà alcun beneficio. Dubito fortemente che ciò avverrà, dunque non ho da essere contento se un politico che stimo arriva al vertice di un minuscolo partito di sinistra e ciò accrescerà di uno zero virgola qualcosa le percentuali di Sd, in modo che lui e qualcun altro, fra un paio d’anni, possano essere rieletti o eletti per la prima volta al parlamento europeo.
La sinistra, cara amica olandese, non ha bisogno di nuovi leader, ma di una nuova politica, di nuovi processi di partecipazione, di nuovi percorsi. Di nuove (vecchie?) utopie. E di radicamento. La sinistra, cara amica olandese, dev’essere realmente alternativa alla destra. Nei contenuti, nei comportamenti, nei processi decisionali. Se non accadrà ciò, non c’è Claudio Fava che tenga.
Ho detto tutto ciò, alla mia amica-collega olandese che guarda l’Italia da lontano e in maniera schematica. Non ho visto il suo volto, ma la voce mi pareva un po’ incredula.


Da qualche giorno pensavo di interrompere il silenzio, di tornare a scrivere, di tentare di recuperare le relazioni, i rapporti che attraverso questo blog sono nate negli anni. Relazioni e rapporti che non ho mai considerato virtuali ma reali, ché ciascuno di voi è reale. Come reale sono io. Il mio modo di essere mi porta a chiudermi in me stesso ogni volta che ho problemi, problemi seri. Un controsenso: quando hai problemi devi chiedere l’aiuto degli altri. Ma tant’è! Ogni volta alzo muri invalicabili, finché non me ne tiro fuori.
Da qualche giorno le cose vanno meglio e, appunto, avevo deciso di scrivere, quando mi capita per le mani una mail di Paolo Barnard, un collega che non ho il piacere di conoscere personalmente ma che conosco per le sue inchieste giornalistiche trasmesse da Report. Ed è proprio di una di queste inchieste che parla la mail. Qualcuno, forse, la conosce già, ché gira da una decina di giorni, ma non voglio privarvi del piacere di scoprire e assaporare tutto, parola dopo parola, via via che leggete, dunque non anticipo nulla.
Buona lettura.

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti “fuori dal coro”. Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste “scomode”. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.
Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art. 170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: «Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie») e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).
L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004 (1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte. Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare. Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi (2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale. (3) Ma non solo. La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa. (4) E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro> (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.
**(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva (5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l'operato della RAI in questi casi).
Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me. La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio> perdite che non mi posso permettere.
Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una> raccomandata. La apro. È un atto di costituzione in mora della RAI> contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso> perdessimo la causa. Recita il testo: «La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima». (6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità. Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che «la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla.» (7)
Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso. (8) Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste “coraggiose”. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.
Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo. Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli “editti bulgari”, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.
Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori. Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare. Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità. Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.
Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate. In ultimo. È assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me. Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.
Grazie di avermi letto.
Paolo Barnard dpbarnard@libero.it
Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: «...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili». Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento> sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: «Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...».
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: «Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria».
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: «la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...». (si veda nota 4)
Se Babbo Natale è in ritardo, siate pazienti: gli hanno fregato le renne e gli tocca arrampicarsi per portare i regali ;)
Una volta tanto, niente musica. I soli suoni, sono quelli delle mie parole: quasi 5 minuti su “il blog, secondo me…”, un progetto di William Nessuno per Ibrid@menti (Laboratorio sperimentale della Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con Splinder).
(Michia!, come sono bravo a mostrarmi e a fare finta di niente :D)
Il video, realizzato durante la Splinder Night romana, è stato infatti postato ieri su Ibrid@menti, con annesso scarno dibattito. Sicuramente più interessante – polemiche e scazzi a parte – quello scaturito dalla prima videointervista, a Teiluj.
Lo lascio qui, ringraziando William per avermi consentito di postarlo, e, semmai, ne parliamo al mio ritorno. Ovvio che, intanto, chi volesse dire la sua… (qui e/o su Ibrid@menti, avendo ben presente che sono due blog molto diversi fra loro: lì si discute di “ascesa del blogger” e di “arti della connessione nel virtuale”; qui di ciò che mi passa per la testa).
Vado un paio di giorni a Catania. Ma anche di ciò, magari, possiamo discutere al mio ritorno. E poi devo diverse risposte a chi ha commentato il post precedente.
Buon fine settimana a tutte e a tutti.
