Ebbene sì, lo ammetto, sono un ingenuo. Un fesso. Pensate che un paio di giorni fa ho inviato una mail stizzita ma garbata al presidente della Regione Lazio, Piero Marazzo (e, per conoscenza: all’assessore al Lavoro, al presidente del Consiglio regionale e a tutti i capigruppo, di maggioranza e di opposizione). Oggetto: legge regionale n. 4 del 20 marzo 2009 (Istituzione del reddito minimo garantito. Sostegno al reddito in favore dei disoccupati, inoccupati o precariamente occupati).
Ecco il testo:

Come si può agevolmente leggere, solo stizza per l’arbitrio e una buona dose d’ignoranza.
Confesso che, nella mia ingenuità, avevo immaginato tempestive risposte di qualche consigliere d’opposizione che avrebbe tentato di cavalcare il mio malcontento, in vista delle elezioni regionali della prossima primavera. Ché un voto in più può sempre far comodo. Invece nulla. Silenzio. Capiamoci: mai e poi mai voterei un candidato e/o una lista di centrodestra o di destra; sono e resto di sinistra. E i miei valori non sono né in vendita né – meno che mai – in svendita.
Ieri, siccome l’incazzatura non è certo sbollita con l’invio della mail, ho deciso di documentarmi. È bastata una semplice ricerca e google m’ha trovato il Bollettino ufficiale della Regione Lazio (acronimo: BURL, cioè una presa per il culo incompleta) che contiene il regolamento attuativo della legge 4/2009 e la delibera di giunta che fissa criteri e modalità di accesso (BURL n. 24 del 27 giugno 2009). Mi ero proprio incaponito, volevo sapere da dove cavolo è saltata fuori quella fascia d’età (30-44 anni) che m’impedisce di presentare la domanda, restringendo in maniera arbitraria le disposizioni della legge.
In un primo momento ho visto solo il regolamento (pubblicato a pagina 5), non mi sono accorto della delibera (a pagina 67) e non vi dico la sorpresa nel vedere riconfermate le disposizioni della legge: per accedere ai benefici è richiesto di «non aver maturato i requisiti al trattamento pensionistico» (art. 3, comma 2, lettera d); il beneficio decade «nel caso di raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età ovvero al raggiungimento dell’età pensionabile» (art. 7, comma 5, lettera a). Trasecolo. Ma come!? E se non è qui dove diavolo sta quella cavolo di norma!? Non solo: il regolamento non contiene i criteri per la stesura delle graduatorie provinciali. E come diavolo le formano le graduatorie?! E come diavolo fa ognuno a controllare quantomeno l’esattezza del proprio punteggio?!
Torno su google e in pochi secondi trovo la pagina, nel sito della Regione, che parla del Reddito minimo garantito, clicco su «Le procedure per il 2009» e trovo una lunga scheda riassuntiva da cui, fra l’altro, apprendo che:
- «Il provvedimento, primo in Italia ed avente carattere sperimentale, prevede l'erogazione di una somma di denaro non superiore a 7.000,00 euro l'anno (pari a circa 580 euro mensili)»;
- «Il regolamento attuativo della legge (17 giugno 2009, n. 9) e la delibera sui criteri per la formazione delle graduatorie (29 maggio 2009, n. 426) sono stati pubblicati sul BURL n. 24 del 27 giugno 2009».
Esiste anche una delibera ed è pubblicata nella stessa BURL che ho già scaricato. E qui, finalmente, trovo ciò che m’interessa: «(…) si individuano come beneficiari i disoccupati, inoccupati e lavoratori precariamente occupati di età compresa fra anni 30 e 44» (Allegato A, art. 1, comma 3).
Nella mia ignoranza, ci avevo preso: la bella pensata l’ha avuta proprio l’assessora regionale al “Lavoro, pari opportunità, politiche giovanili”, Alessandra Tibaldi del Prc; lei ha proposto, la giunta regionale ha deliberato. Olè.
Leggo la tabella che attribuisce i punteggi: l’essere donna dà diritto a un benefit di 2 punti. Con buona pace delle pari opportunità. I più giovani sono tagliati fuori nella fase dell’attribuzione dei punteggi – 9 punti ai disoccupati, solo 4 agli inoccupati (in cerca di prima occupazione) –, lo sbarramento a 30 anni gli evita di perdere tempo presentando la domanda ed evita agli uffici che dovranno stilare le graduatorie di venire intasati di inutili richieste.
E quelli che hanno superato i 44 anni, perché impedire anche a loro di presentare la domanda? Da quando ho letto quel cavolo di modulo da cui ha appreso dell’età, non riesco a farmene una ragione. Non solo perché mi riguarda (e mi esclude) personalmente, ma per una questione di giustizia sociale oltreché politica: è vero o no che gli esclusi sono quelli che, proprio per via dell’età non più tenera, hanno meno possibilità di reinsiremento del mondo del lavoro? Domanda retorica, lo so. Trovo agghiacciante tutto ciò.
Rileggo gli obiettivi fissati dalla legge 4/2009:
«La Regione (…) riconosce il reddito minimo garantito allo scopo di favorire l'inclusione sociale per i disoccupati, inoccupati o lavoratori precariamente occupati, quale misura di contrasto alla disuguaglianza sociale e all'esclusione sociale nonché strumento di rafforzamento delle politiche finalizzate al sostegno economico, all'inserimento sociale dei soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nel mercato del lavoro» (art. 1, comma 2).
Ohibò! Ma Marrazzo e la sua giunta, prima di deliberare accogliendo la proposta dell’assessora rifondarola Tibaldi, escludendo così proprio quei «soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nel mercato del lavoro» che il Consiglio regionale intendeva sostenere, sono andati a rileggersi «obiettivi e finalità» della legge che loro stessi (e la maggioranza che li sostiene) hanno voluto e votato?
Che strano, m’è passata l’incazzatura. Dovrei essere furioso, invece sono calmissimo, come se la cosa non mi toccasse personalmente, politicamente e socialmente. Come se non mi riguardasse. Come se non fossi disoccupato cinquantunenne. Come se non fossi residente a Roma, Lazio. Come se non fossi cittadino di quest’Italia massacrata da destra e da sinistra. Come se tutto ciò non mi riguardasse, appunto.
Rileggo con calma tutte le carte e, alla fine, non riesco a trattenere una risata. Che ci trovo da ridere? Un dettaglio. La delibera n. 426 in cui la giunta alza le Colonne d’Ercole oltre le quali non si può presentare domanda (negando ai più deboli un diritto sancito dalla legge e ribadito nel regolamento attuativo) recita: «Visti (…) il regolamento di attuazione e integrazione della legge regionale 20 marzo 2009 n. 4». La data della delibera è quella del 29 maggio 2009; il regolamento, invece, è del 17 giugno 2009. Una data successiva. Fa fede la BURL(a). E mi scappa da ridere. Sono proprio dei cazzoni: non solo citano un documento che il 29 maggio non hanno ancora approvato, ma, quando poi lo approvano, mantengono l’età della pensione come limite massimo. Rido ancora. Per non piangere.
Mi resta un dubbio. Perché quelle Colonne d’Ercole a 44 anni? Perché destinare alla rottamazione tutti coloro che li hanno già compiuti e superati? Perché snaturare così platealmente lo spirito della legge? Non riesco a trovare altra spiegazione: hanno voluto restringere la fascia d’età per tentare di crearsi una solida base clientelare, con un occhio di riguardo verso le donne, le quali, in quanto donne, a parità di requisiti con gli uomini, beccano 2 punti in più solo per una questione di genere. (Se queste sarebbero le pari opportunità, non oso immaginare cosa intendano per disparità.)
Ecco il testo:

Come si può agevolmente leggere, solo stizza per l’arbitrio e una buona dose d’ignoranza.
Confesso che, nella mia ingenuità, avevo immaginato tempestive risposte di qualche consigliere d’opposizione che avrebbe tentato di cavalcare il mio malcontento, in vista delle elezioni regionali della prossima primavera. Ché un voto in più può sempre far comodo. Invece nulla. Silenzio. Capiamoci: mai e poi mai voterei un candidato e/o una lista di centrodestra o di destra; sono e resto di sinistra. E i miei valori non sono né in vendita né – meno che mai – in svendita.
Ieri, siccome l’incazzatura non è certo sbollita con l’invio della mail, ho deciso di documentarmi. È bastata una semplice ricerca e google m’ha trovato il Bollettino ufficiale della Regione Lazio (acronimo: BURL, cioè una presa per il culo incompleta) che contiene il regolamento attuativo della legge 4/2009 e la delibera di giunta che fissa criteri e modalità di accesso (BURL n. 24 del 27 giugno 2009). Mi ero proprio incaponito, volevo sapere da dove cavolo è saltata fuori quella fascia d’età (30-44 anni) che m’impedisce di presentare la domanda, restringendo in maniera arbitraria le disposizioni della legge.
In un primo momento ho visto solo il regolamento (pubblicato a pagina 5), non mi sono accorto della delibera (a pagina 67) e non vi dico la sorpresa nel vedere riconfermate le disposizioni della legge: per accedere ai benefici è richiesto di «non aver maturato i requisiti al trattamento pensionistico» (art. 3, comma 2, lettera d); il beneficio decade «nel caso di raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età ovvero al raggiungimento dell’età pensionabile» (art. 7, comma 5, lettera a). Trasecolo. Ma come!? E se non è qui dove diavolo sta quella cavolo di norma!? Non solo: il regolamento non contiene i criteri per la stesura delle graduatorie provinciali. E come diavolo le formano le graduatorie?! E come diavolo fa ognuno a controllare quantomeno l’esattezza del proprio punteggio?!
Torno su google e in pochi secondi trovo la pagina, nel sito della Regione, che parla del Reddito minimo garantito, clicco su «Le procedure per il 2009» e trovo una lunga scheda riassuntiva da cui, fra l’altro, apprendo che:
- «Il provvedimento, primo in Italia ed avente carattere sperimentale, prevede l'erogazione di una somma di denaro non superiore a 7.000,00 euro l'anno (pari a circa 580 euro mensili)»;
- «Il regolamento attuativo della legge (17 giugno 2009, n. 9) e la delibera sui criteri per la formazione delle graduatorie (29 maggio 2009, n. 426) sono stati pubblicati sul BURL n. 24 del 27 giugno 2009».
Esiste anche una delibera ed è pubblicata nella stessa BURL che ho già scaricato. E qui, finalmente, trovo ciò che m’interessa: «(…) si individuano come beneficiari i disoccupati, inoccupati e lavoratori precariamente occupati di età compresa fra anni 30 e 44» (Allegato A, art. 1, comma 3).
Nella mia ignoranza, ci avevo preso: la bella pensata l’ha avuta proprio l’assessora regionale al “Lavoro, pari opportunità, politiche giovanili”, Alessandra Tibaldi del Prc; lei ha proposto, la giunta regionale ha deliberato. Olè.
Leggo la tabella che attribuisce i punteggi: l’essere donna dà diritto a un benefit di 2 punti. Con buona pace delle pari opportunità. I più giovani sono tagliati fuori nella fase dell’attribuzione dei punteggi – 9 punti ai disoccupati, solo 4 agli inoccupati (in cerca di prima occupazione) –, lo sbarramento a 30 anni gli evita di perdere tempo presentando la domanda ed evita agli uffici che dovranno stilare le graduatorie di venire intasati di inutili richieste.
E quelli che hanno superato i 44 anni, perché impedire anche a loro di presentare la domanda? Da quando ho letto quel cavolo di modulo da cui ha appreso dell’età, non riesco a farmene una ragione. Non solo perché mi riguarda (e mi esclude) personalmente, ma per una questione di giustizia sociale oltreché politica: è vero o no che gli esclusi sono quelli che, proprio per via dell’età non più tenera, hanno meno possibilità di reinsiremento del mondo del lavoro? Domanda retorica, lo so. Trovo agghiacciante tutto ciò.
Rileggo gli obiettivi fissati dalla legge 4/2009:
«La Regione (…) riconosce il reddito minimo garantito allo scopo di favorire l'inclusione sociale per i disoccupati, inoccupati o lavoratori precariamente occupati, quale misura di contrasto alla disuguaglianza sociale e all'esclusione sociale nonché strumento di rafforzamento delle politiche finalizzate al sostegno economico, all'inserimento sociale dei soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nel mercato del lavoro» (art. 1, comma 2).
Ohibò! Ma Marrazzo e la sua giunta, prima di deliberare accogliendo la proposta dell’assessora rifondarola Tibaldi, escludendo così proprio quei «soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nel mercato del lavoro» che il Consiglio regionale intendeva sostenere, sono andati a rileggersi «obiettivi e finalità» della legge che loro stessi (e la maggioranza che li sostiene) hanno voluto e votato?
Che strano, m’è passata l’incazzatura. Dovrei essere furioso, invece sono calmissimo, come se la cosa non mi toccasse personalmente, politicamente e socialmente. Come se non mi riguardasse. Come se non fossi disoccupato cinquantunenne. Come se non fossi residente a Roma, Lazio. Come se non fossi cittadino di quest’Italia massacrata da destra e da sinistra. Come se tutto ciò non mi riguardasse, appunto.
Rileggo con calma tutte le carte e, alla fine, non riesco a trattenere una risata. Che ci trovo da ridere? Un dettaglio. La delibera n. 426 in cui la giunta alza le Colonne d’Ercole oltre le quali non si può presentare domanda (negando ai più deboli un diritto sancito dalla legge e ribadito nel regolamento attuativo) recita: «Visti (…) il regolamento di attuazione e integrazione della legge regionale 20 marzo 2009 n. 4». La data della delibera è quella del 29 maggio 2009; il regolamento, invece, è del 17 giugno 2009. Una data successiva. Fa fede la BURL(a). E mi scappa da ridere. Sono proprio dei cazzoni: non solo citano un documento che il 29 maggio non hanno ancora approvato, ma, quando poi lo approvano, mantengono l’età della pensione come limite massimo. Rido ancora. Per non piangere.
Mi resta un dubbio. Perché quelle Colonne d’Ercole a 44 anni? Perché destinare alla rottamazione tutti coloro che li hanno già compiuti e superati? Perché snaturare così platealmente lo spirito della legge? Non riesco a trovare altra spiegazione: hanno voluto restringere la fascia d’età per tentare di crearsi una solida base clientelare, con un occhio di riguardo verso le donne, le quali, in quanto donne, a parità di requisiti con gli uomini, beccano 2 punti in più solo per una questione di genere. (Se queste sarebbero le pari opportunità, non oso immaginare cosa intendano per disparità.)







